Abbiamo intervistato Lorenzo Pedone, Presidente dell’associazione “L’amico Enrico” che con supporto tecnico-scientifico della dott.ssa  Psicologa psicoterapeuta Marisa Gualano, volontaria dell’Associazione, ci ha rilasciato l’intervista che segue.

Come e quando nasce l’Associazione “L’Amico Enrico”?

L’Associazione di volontariato “L’amico Enrico” è un’associazione di volontariato ai sensi della legge 11 agosto 1991, n. 266  e come tale non ha fini di lucro neanche indiretto ed opera esclusivamente per fini di solidarietà.

L’associazione ha per obbiettivo quello  di svolgere attività dirette ad arrecare benefici a persone svantaggiate in ragione di condizioni psicologiche, sociali o familiari.

L’Associazione di Volontariato “L’amico Enrico” di Foggia nasce il 18 luglio 2013. Questa data non è casuale. Il vuoto lasciato da nostro figlio Enrico, nato proprio il 18 luglio, è e resterà incolmabile. Di qui la necessità, se non il bisogno, di “fare qualcosa”, di inseguire una visione. L’associazione appunto.

Vergogna, fragilità, incomprensione, frustrazione, mancanza di gratificazione, emarginazione, possono rappresentare le sbarre di una gabbia che molto spesso impediscono una crescita serena ai ragazzi in questa delicata fase della loro vita.

A chi si rivolge e di che cosa si occupa l’Associazione?

L’associazione “L‘amico Enrico” ha in animo di favorire la prevenzione contro ogni forma di autolesionismo fra gli adolescenti e vuole offrire la propria disponibilità a chiunque senta la necessità di affrontare e combattere il fenomeno del suicidio che, ad oggi, è la seconda causa di morte fra i ragazzi, dopo gli incidenti stradali.

Si rivolge agli adolescenti, alle famiglie, alla scuola, che rappresenta la seconda agenzia educativa dopo la famiglia, alle parrocchie, a tutte le realtà che operano nel sociale a contatto con i ragazzi in questa particolare fase evolutiva.

Bullismo, cyberbullismo, poca o nessuna fiducia in se stessi , gestione delle conflittualità interiori o verso gli altri, manifestazioni di autolesionismo sono i vecchi e nuovi disagi di un’adolescenza sempre più irrequieta e indecifrabile su cui ci impegniamo a studiare rimedi, a fornire risposte.

Quali sono i segnali comportamentali che bisogna cogliere prontamente nei ragazzi che subiscono forme di bullismo? E quali, invece, quelli dei ragazzi che sono tendenzialmente prevaricatori?

I segnali comportamentali della possibile vittima possono essere rappresentati da disturbi psicosomatici, isolamento, frequenti mal di testa o di pancia, equivalenti depressivi e/o sbalzi d’umore (irritabilità, insofferenza, rabbia, crisi di pianto), calo nel rendimento scolastico, cambiamento delle abitudini alimentari..etc I segnali rappresentativi del comportamento di un potenziale bullo sono rappresentati da una  quota elevata di aggressività sia verso i coetanei che verso gli adulti, associata alla tendenza a  prevaricare mostrando impulsività, spesso senza controllo, senso di onnipotenza e scarsa  capacità empatica rispetto agli altri e ai loro stati mentali e psicologici.  Il narcisismo patologico e la carente capacità di approcciarsi agli altri con sensibilità e rispetto  della diversità possono costituire il terreno fertile per comportamenti prevaricatori. 

E’ possibile prevenire il bullismo educando opportunamente le giovani generazioni?

Certamente. È necessario attuare interventi di informazione, formazione e prevenzione, affinché si aiutino i ragazzi a sperimentare forme di relazione adeguate e sane. È fondamentale proporre interventi nelle scuole per educare all’affettività e alla diversità.  Quale ruolo devono svolgere le istituzioni scolastiche e quale i genitori? È importante che le istituzioni scolastiche e le famiglie svolgano i propri specifici ruoli condividendo gli stessi obbiettivi, ovvero, ‘lavorando’ congiuntamente per formare giovani capaci di “essere” prima che di “fare”.

Alcuni consigli per prevenire o, quando questi fenomeni sono già in atto, per intervenire tempestivamente?

Comunicare con l’Istituzione scolastica e creare spazi di confronto e riflessione sia nel gruppo classe che individualmente, attraverso l’ascolto dei vissuti e delle dinamiche degli attori coinvolti. Questo, ovviamente, ad opera di operatori, psicologi esperti, che possano fare da sostegno, alla vittima, e da ponte per sensibilizzare l’intera comunità sulle conseguenze e sui rischi di ciò che sta accadendo, poiché il benessere di una comunità dipende strettamente da ogni singolo soggetto e ognuno di noi deve sentirsi responsabile di ciò che accade. La prevenzione del disagio individuale e dei rischi suicidari passa anche attraverso la cura della collettività e del gruppo in cui si vive.  La rete sociale è fondamentale affinché il singolo non si senta mai solo. (Rocco Marino)

ELCE

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